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La giustizia e il peso del tempo

Articolo · Stefano Fabbri ·

Che il tempo sia davvero galantuomo è tutto da dimostrare. O almeno è legittimo il dubbio che la galanteria sia la sua prerogativa principale e costante. Di sicuro può esserlo per il momento in cui cerca di restituirti ciò che lui stesso o altri ti hanno negato. Ma è il suo trascorrere che spesso di galante ha ben poco. Un attimo in cambio di cinque anni nel limbo nei sospetti, come è toccato agli indagati nell’inchiesta Keu — cioè ceneri dei fanghi residui delle concerie — prosciolti dal giudice per le indagini preliminari di Firenze dalle accuse mosse loro dalla Procura del capoluogo toscano. Nomi importanti, come il capo di gabinetto della Regione Toscana Ledo Gori e la sindaca di Santa Croce Sull’Arno Giulia Deidda, entrambi diventati ex per la loro scomoda posizione, un fardello per la politica. Ma un lustro dopo le contestazioni relative a quella vicenda, su cui si era allungata anche l’ombra della ‘ndrangheta, galantemente, scompaiono: i reati di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e l’associazione a delinquere sono stati contestati, secondo il Gip, per fatti che non sussistono. Certo, il processo ci sarà comunque per molti altri coinvolti nell’inchiesta, tra cui l’ex consigliere regionale Pd Andrea Pieroni, firmatario dell’emendamento nel quale si rendeva alle concerie più facile la strada dello smaltimento di quei rifiuti.


Un emendamento approvato nel maggio 2020 quantomeno in modo frettoloso e con una procedura abbastanza eterodossa. E che, sempre secondo l’accusa, sarebbe stato il prezzo per avere il sostegno elettorale dei conciatori. Resta il fatto che le tracce di inquinanti pericolosi contenuti in quelle ceneri c’erano e le analisi scientifiche hanno registrato la loro permanenza dell’ambiente. Ma la storia processuale dell’inchiesta Keu racconta anche altre storie, oltre a quella dei destini personali di chi vi è o vi è stato coinvolto. Il fatto che la notizia dei proscioglimenti arrivi a meno di una settimana dal referendum costituzionale spinge quantomeno a due riflessioni. La prima è che la decisione con cui sono state respinte le richieste di rinvio a giudizio dei prosciolti è stata presa da un giudice la cui terzietà non appare appannata dalla mancata separazione delle carriere. La seconda, e forse più importante, è che anche questa vicenda mette in luce la lunghezza dei passaggi e delle procedure che riguardano la posizione delle persone sotto accusa. E siamo solo, dopo cinque anni, a stabilire chi andrà a un giudizio ancora di là da venire e chi no. È il fattore tempo, quello che nessuna legge ordinaria o costituzionale, nessun referendum e, guardando indietro, nessuna maggioranza politica e nessun governo ha mai tenuto nella dovuta considerazione. Anche l’ex governatore Enrico Rossi, del quale Gori è stato il più stretto collaboratore, in un post pone l’accento su questi due aspetti. Ma finisce col prendersela con «la stampa» e con «certi esponenti dell’opposizione» autori del «massacro» delle persone oggi scagionate.


La stampa fa il suo mestiere, racconta cosa accade quando accade. E l’opposizione in fin dei conti pure fa il suo. Ma il nodo che resta ancora ben stretto e che nessuno pare voler sciogliere, nonostante qualche segnale di miglioramento sui processi civili, sta nella riduzione dei tempi della giustizia penale: attualmente per il solo primo grado il tempo medio è di un anno, senza dunque contare le fasi delle indagini e i gradi successivi di giudizio.
Meno galantuomo di così….

 

(articolo pubblicato su Corriere fiorentino - Corriere della Sera del 29/03/2026)

 

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