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Lo stato della Giustizia. Carceri e Delmastro

Articolo · Redazione ·

Conosciamo come si applica e come funziona la giustizia in Italia? Dopo il referendum, dove poco più di 3 elettori rispetto all'intero corpo elettorale - maggioranza sui circa 6 su 10 che hanno votato - hanno confermato lo status quo: come la Giustizia è stata amministrata fino ad oggi "ci va bene" e - soprattutto - ci vanno bene tutti quelli che l'hanno così amministrata? Dopo che il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, si è dimesso perché alcuni dicono che sia colluso con la mafia o perché - come dicono altri - abbia commesso una leggerezza?
Per capire cosa significa Giustizia nel nostro Paese riportiamo un articolo del 25/03/2026 di Damiano Aliprandi, giornalista del quotidiano il Dubbio sui recenti fatti di cronaca e di politica giudiziaria: spaccato di anni di governo e ammninistrazione del "pianeta carceri", il più delicato e sfasciato tassello finale di questa amministrazione, proprio quello di cui, fino alle dimissioni,  è stato responsabile il sottosegretario Delmastro.

Fatti e cronaca, non congetture o letture ideologiche e preconcette: analisi del personaggio politico e di quanto e come ha fatto.

(redazione)

 

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Tre anni e mezzo di gestione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria

sono stati sufficienti a produrre un record di suicidi in carcere, uno stallo istituzionale con il Quirinale sulla nomina del capo del dipartimento, due capi del Dap avvicendati e uno scandalo giudiziario che ha investito direttamente il sottosegretario con delega alle carceri. Il penultimo capitolo è arrivato pochi giorni prima del referendum, ed è quello che Giorgia Meloni ha liquidato con una parola sola: “leggerezza”.

 

A pochi giorni dal referendum è emerso che Andrea Delmastro Delle Vedove possedeva il 25 per cento delle quote della società “Le 5 Forchette Srl”, costituita il 16 dicembre 2024 per gestire la Bisteccheria d’Italia sulla via Tuscolana a Roma. Socia di maggioranza e amministratrice unica era Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato in via definitiva a febbraio 2026 per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, ritenuto prestanome del clan di Michele Senese. È indubbio che Delmastro non sapesse chi fosse davvero quella famiglia. Ma è proprio questo il punto: il sottosegretario con delega alle carceri, l’uomo che per tre anni ha gestito il 41-bis e i circuiti di alta sicurezza, si è ritrovato socio in affari con l’ambiente sbagliato senza accorgersene. Una distrazione che dice molto su come è stata condotta, in questi anni, la politica penitenziaria del governo Meloni.

 

Il caso del ristorante è il secondo scandalo in meno di tre anni. Il primo risale al gennaio 2023 e riguarda Alfredo Cospito, anarchico detenuto al 41 bis. Delmastro fu accusato di aver passato al deputato Giovanni Donzelli informazioni riservate contenute in una relazione del Dap sulle conversazioni di Cospito con alcuni boss mafiosi. Donzelli usò quei dati in Parlamento per attaccare esponenti del Partito Democratico che avevano visitato il detenuto. Il 20 febbraio 2025 il Tribunale di Roma ha condannato Delmastro a otto mesi per rivelazione di segreto d'ufficio. Le motivazioni hanno stabilito che la diffusione di quei dati aveva messo a rischio la sicurezza degli agenti coinvolti nelle intercettazioni. Delmastro ha rifiutato le dimissioni, definendo la sentenza “politica”. Meloni lo ha difeso, fino a ieri.

Sul caso del ristorante la difesa segue uno schema simile: non sapeva che la ragazza fosse figlia di Caroccia, lei non era imputata né indagata, e appena ha scoperto i legami della famiglia con la camorra si è tolto dalla società. Ma le fotografie emerse prima del referendum complicano questa versione. Una, dell’ottobre 2023, ritrae Delmastro sorridente accanto a Mauro Caroccia nel ristorante "Da Baffo", un anno prima che nascesse la Srl. Un’altra, del 3 giugno 2025, lo mostra a cena nella Bisteccheria d’Italia con Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero. L’ultima risale a fine gennaio 2026, nello stesso locale, con Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della Polizia Penitenziaria. Tutto si può dire tranne che il sottosegretario sia contiguo alla mafia. Anzi, in nome dell’antimafia, ha corroso i diritti che anche i condannati per associazione mafiosa devono avere come prescrive la nostra Costituzione. I suoi detrattori, Il Fatto Quotidiano in primis, sono carcerocentici quanto lui. Ancora una volta, invece di battersi contro gli abusi, si preferisce l’arma dello scandalo, anche quando non ha alcuna rilevanza penale.

 

Tre anni di nomine, frizioni e stalli

Per capire come si è arrivati fin qui bisogna risalire all'ottobre 2022, quando il governo Meloni ha cominciato a mettere le mani sul Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Carlo Renoldi era il capo del Dap ereditato dal governo Draghi. Magistrato garantista, aveva impostato la sua gestione sul recupero del detenuto e sulla tutela dei diritti, un profilo che strideva con la linea “legge e ordine” della nuova maggioranza. A gennaio 2023 Carlo Nordio lo ha sostituito con Giovanni Russo, magistrato con un lungo passato alla Procura Nazionale Antimafia, scelto per rafforzare il contrasto alla criminalità organizzata e la gestione del 41-bis. Ma la direzione di Russo è durata meno del previsto. A dicembre 2024 si è dimesso. Secondo il Sappe, alla base delle dimissioni ci sarebbero i rapporti difficili con Delmastro: “Tra Russo e Delmastro non è mai scattato quel feeling indispensabile tra politica e amministrazione per lavorare insieme di pari passo”, hanno fatto presente dal sindacato.

Per cinque mesi il dipartimento è rimasto senza una guida, affidato alla vicecapo Lina Di Domenico. Quella fase si è trascinata più del previsto per via di uno stallo con il Quirinale: Sergio Mattarella ha percepito la gestione della nomina di Di Domenico come priva del necessario coordinamento istituzionale. Il Dap è rimasto senza un vertice strategico proprio mentre le carceri raggiungevano livelli di crisi senza precedenti. A maggio 2025 è arrivato Stefano Carmine De Michele, già direttore generale delle risorse materiali del dipartimento. Un profilo tecnico-logistico che non ha convinto gli addetti ai lavori, per l’assenza di esperienza nell'ordinamento penitenziario. 

 

Carceri al collasso, risposte insufficienti

Nel frattempo la realtà delle carceri andava in una direzione sola. Il tasso di sovraffollamento nazionale ha raggiunto il 138,5 per cento alla fine del 2025, ma la media nasconde situazioni al limite del collasso: Lucca al 246 per cento, Vigevano al 243, Milano San Vittore al 231. In quasi metà degli istituti visitati mancano docce, acqua calda o riscaldamento adeguato, violando il parametro di tre metri quadrati pro capite fissato dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

 

Il numero di suicidi racconta lo stato reale del sistema. Il 2024 è stato l'anno peggiore mai registrato: almeno 91 secondo i dati di Ristretti Orizzonti. Il 2025 ha chiuso con 79 suicidi su 238 decessi complessivi tra le sbarre. Mattarella ha definito le condizioni attuali “inammissibili” per uno Stato di diritto.

 

Il governo ha risposto con il Piano Carceri 2025-2027: oltre 900 milioni di euro per circa 10.692 nuovi posti detentivi, attuazione affidata al Commissario Straordinario Marco Doglio. Ma i dati di fine 2025 mostrano una contraddizione: nello stesso periodo il sistema ha perso circa 700 posti per incendi e fatiscenza, rendendo l'incremento teorico insufficiente. I sindacati parlano di piano “propagandistico”. A febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto sicurezza che introduce il reato di “rivolta in istituto penitenziario”, punibile da 2 a 8 anni, colpendo non solo gli atti di violenza ma anche la resistenza passiva e il rifiuto di obbedire agli ordini. Le associazioni per i diritti civili parlano di criminalizzazione della protesta.

 

Aldo Di Giacomo, segretario del Spp, in una lettera aperta alla premier ha accusato Nordio e Delmastro di aver contribuito, con le loro lacune gestionali, ad aumentare la tensione negli istituti. La Uilpa conta 11.000 unità mancanti nel comparto sicurezza, di cui 2.000 solo nel settore penitenziario. Tre anni e mezzo dopo l'insediamento, il bilancio del Dap è quello di un sistema che ha cambiato vertice tre volte, rallentato da frizioni politiche e da uno stallo con il Quirinale, mentre le carceri accumulavano emergenze non risolte. Il piano edilizio da 900 milioni esiste, ma i cantieri vanno a rilento. Ed è una ricetta antica, ma fallimentare. Il decreto sicurezza ha introdotto nuovi reati invece di rispondere ai bisogni fondamentali.

Andrea Delmastro ha passato tre anni a gestire le carceri con il pugno duro, introducendo nuovi reati, blindando il 41-bis, resistendo a sentenze e polemiche. Ha tenuto il punto su tutto. Ora è caduto per una cena in un ristorante sulla via Tuscolana. Non per le politiche carcerocentriche, non per lo stallo con il Quirinale che ha lasciato il Dap senza guida per cinque mesi. Non per il piano edilizio che non riesce a tenere il passo con il sovraffollamento. Ma per una foto.

 

(Il Dubbio del 25/03/2026)

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