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Poste/Tim. Il ritorno dei monopoli. A chi giova

Articolo · Riccardo Innocenti ·

Sembra in dirittura d’arrivo l’acquisizione totale di TIM da parte di Poste, ovvero il ritorno del maggior operatore di telecomunicazioni italiano nella sfera pubblica. Il maggiore quotidiano italiano rubrica l’operazione tra quelle di carattere politico, quindi ben oltre la dimensione economico finanziaria, paragonabile alla nazionalizzazione dell’industria elettrica del 1962.

 

Non sembra una grande idea mettere nelle mani dello Stato gran parte del mercato dei “… servizi di logistica, finanziari, assicurativi, cloud e telefonici. Si appoggerebbe a una rete distributiva capillare su tutto il territorio nazionale, formata da 13 mila uffici postali, 4 mila punti Tim e 49 mila partner terzi. Potrebbe contare su una base di oltre 19 milioni di clienti digitali attivi che confluirebbero sulla super-app «P» di Poste, di cui Tim diverrebbe una fabbrica prodotto.” Tanto che «chi possiede e gestisce l’infrastruttura di questa convergenza — reti, cloud, edge-computing, dati, identità digitale — deterrà una forte posizione competitiva». E, con l’acquisizione di Tim, Poste intende creare «la più grande piattaforma di infrastruttura connessa d’Italia».

 

Insomma, l’operazione di lasciare nelle mani dello Stato gran parte delle comunicazioni, con annesse reti, servizi, infrastrutture, front office capillari, etc. se da un lato risponde a esigenze di realizzare economie di scala e di restituire solidità finanziaria a un’azienda che ne ha viste di tutte e anche di più, senza mai riuscire a consolidare il proprio assetto e soprattutto a scrollarsi di dosso i debiti originari e quelli generati da insufficienze di gestione, dall’altro limita fortemente le potenzialità del mercato, costringe gli altri attori a venire a patti rischiosamente vessatori, pone le premesse di un ritorno del monopolio, non più limitato a un settore, debordante nella finanza, nel real estate, nella sicurezza, nell’AI.

 

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