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Editoriale. Cultura, sport, politica, razzismo. Che mondo vogliamo costruire?

Editoriale · Vincenzo Donvito Maxia ·

Eurovision Song Contest ha deciso che Israele potrà partecipare allo show canoro. La richiesta avanzata da alcuni Paesi di esclusione per motivi politici, è stata respinta. Irlanda, Spagna, Paesi Bassi e Slovenia hanno annunciato, di conseguenza, che non parteciperanno all’edizione del prossimo anno.

Decisione importante e lungimirante che chiama in gioco un grosso, quanto triste, problema: il razzismo, antisemitismo nella fattispecie.
Razzismo e non solo. Politica che non dovrebbe essere discriminante per attività culturali e sportive che dovrebbero servire proprio a unificare ciò che appare difficile.

Fatti di cronaca e di ordine pubblico, note sono le proteste, sempre per la presenza di Israele, contro alcuni derby sportivi. Aggiungiamo l'esclusione di Russia e Bielorussia dalle Olimpiadi a seguito dell’invasione dell’Ucraina (la Russia anche per l’uso di doping).

Diverso il discorso quando, come nel caso del musicista Gergiev non gradito la scorsa estate a Caserta, perché lo stesso è attivista e manifesto sostenitore delle politiche di Putin…. cosa che non si può dire per ogni sportivo o musicista israeliano, russo o bielorusso che sia. Aggiungiamo che altrettante esclusioni non vengono praticate nei confronti di Paesi (Afghanistan e alcuni Paesi arabi, per esempio) dove problemi di razzismo e di violenza di genere sono leggi e abitudini…. schizofrenia e incoerenza sono parte importante della politica…

Messa a fuoco la fotografia, c’è da chiedersi che mondo vogliamo costruire. Quello degli Stati sovrani o quello degli individui. Che, se “giocoforza” appartengono a questo o quell’altro Stato, non è detto che siano responsabili delle nefandezze dei propri governo ed istituzioni per cui si decide di escludere un qualche Paese.

Le Nazioni Unite - “governo” internazionale - ha pesanti problemi di funzionamento e autorevolezza proprio perché basate sugli Stati; logica, per la quale, per esempio, la presidenza del Consiglio per i Diritti Umani (UNHRC) è a rotazione, e "capita" che sia anche un rappresentante dell’Iran… Paese verso il quale ci sarebbe da intendersi sul significato di “diritti umani”. 

Vogliamo riprodurre su altre scale - sport e cultura nel nostro caso - questo schema?

Gli Stati, già da diverso tempo (Onu docet), non sono più fortezze i cui reclusi sono fedeli. La globalizzazione di economie e culture, di cui lo sport è stato antesignano proprio con le Olimpiadi, è una realtà che sfugge a qualunque controllo sugli individui (oggi, poi con Internet…). 

Questo non ha insegnato nulla? Che l’artista o lo sportivo sono individualmente portatori di conoscenze e storie, non necessariamente espressione degli specifici regimi politici dove nascono e crescono? Non è questa “individualizzazione”  la grande rivoluzione che - per esempio, pur nel suo piccolo - ha portato all’abolizione delle frontiere - Schengen - in Europa?

Certo, viviamo in un Pianeta dove queste utopie di universalità sono sempre più tali (si consideri le attuali politiche antimigrazione del Paese di immigrati per eccellenza come Usa e, a suo modo, anche Australia, verso cui oggi Uk, Danimarca e Ungheria fanno a gara a chi meglio li emula).

Ci rimane, in queste estreme e articolate difficoltà di guardarci negli occhi e nel portafoglio, per capire come abbiamo bisogno gli uni degli altri, ancora questa possibilità di sport e cultura…. perché farne a meno e, magari per qualche prurito di propaganda elettorale, alzare dei muri? Che mondo vogliamo costruire?


Qui il video sul canale YouTube di Aduc


 
 
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