Riepilogo delle "puntate precedenti": come osservavo ieri , tra le undici e mezzogiorno, visto che l’afflusso alle urne fino alla loro chiusura domenica 22 erano stati il 46,7% , c’era da attendersi che venisse superata la soglia del 50%. La realtà è stata ancora migliore: al momento della chiusura delle urne, ieri pomeriggio, la percentuale dei partecipanti al voto è stata del 58,9%.
Il risultato finale: ampia prevalenza del NO con il 53,2% di preferenze; segue il SI’ col 46,3%, a una distanza di quasi 7 punti.
Detto questo, mi voglio soffermare su un’analisi del voto di Flavia Perina , comparsa stamani 24 marzo su “La Stampa”, col, titolo “Referendum, effetto Trump sulla destra italiana”.
All’inizio, la giornalista fa una disamina della nostra situazione, osservando che la partecipazione massiccia degli elettori ha sbugiardato chi pensava al solito trionfo dell’astensionismo o lo temeva. «Il referendum sulla Giustizia segna un punto e a capo. Ieri raccontavamo l’Italia del disimpegno e degli interessi tiepidi, oggi guardiamo stupiti un Paese che, davanti alla prospettiva di una modifica sostanziale della Costituzione, è uscito di casa in massa e ha risposto: no grazie».
Dopo aver ricordato che anche Berlusconi, nel 2006, e Renzi, nel 2016, avevano visto respingere le loro proposte di modifica alla Costituzione, Perina afferma che «la Costituzione si conferma una sorta di “bene rifugio” del Paese, e anche l’estintore che il popolo imbraccia per spegnere l’incendio di leader percepiti come troppo sicuri di sé, strabordanti, che chissà cosa si sono messi in testa».
Su che cosa è scivolato il Centrodestra in questa occasione? In sostanza, «su un fenomeno più recente e travolgente, contro il quale nulla ha potuto: il fantasma del sovranismo realizzato, della “primazia degli eletti” rispetto a ogni potere concorrente, che ha preso forma nella vicenda americana in una catena di bullismo verbale, abusi interni, guerre»
Gli errori plateali del governo attuale (pro-tempore, è bene ricordarcelo tutti!) hanno dei nomi illustri, come quello di Carlo Nordio e della sua fedelissima Giusi Bartolozzi, e della stessa Meloni, tutti protesi a dimostrare che molta parte della Magistratura remava contro il governo, o era addirittura un “plotone di esecuzione” (Bartolozzi) e che bisognava, quindi, “tagliarle le unghie”.
Ma gli Italiani, pensa Perina, mentre riflettevano su questa situazione di un governo che non si limita a svolgere il proprio ruolo, appunto quello di governare, ma vuole anche intestarsi il potere legislativo e quello giudiziario, «scoprivano cosa significa vivere in un Paese dove la politica può perseguire i suoi scopi in assoluta libertà e interpretare l’interesse nazionale oltre ogni limite di legge», come succede oramai negli Stati Uniti sotto la presidenza Trump, che fra l’altro, aggiungo io, continua a essere l’idolo di Meloni.
Quello che ha fatto riflettere ulteriormente molti Italiani, ancora secondo la giornalista, è ciò che è successo e sta succedendo, appunto negli USA, dove il presidente Trump è assolutamente fuori controllo e se ne infischia di ogni legge che non gli piace: a gennaio, i fatti di Minneapolis, con gli omicidi di cittadini innocenti da parte della polizia anti-immigrazione, e l’impunità dei loro assassini sostenuta dal governo USA, e la minaccia di un’invasione della Groenlandia, che è molto concreta, dato che la Danimarca sta inviando esplosivi per minare strade e aeroporti. Poi, a febbraio, «il caos sui dazi con la Corte Suprema americana che li boccia e Donald Trump che ne annuncia di aggiuntivi», e, a marzo, «l’attacco della Casa Bianca all’Iran, deciso mentre gli inviati dei due Paesi sono al tavolo delle trattative, la rappresaglia su Hormuz, petrolio ed energia alle stelle, il rischio di un conflitto globale».
Così, nonostante gli undici Comitati del Sì «per spiegare la necessità di una magistratura che non “boicotti” il governo e remi nella stessa direzione, magari non sottomessa, ma sicuramente allineata al potere politico, ogni mattina, gli italiani hanno visto quel modello agire oltreoceano. Non gli è piaciuto. Ne hanno avuto paura. Sono usciti di casa per dire la loro. E hanno trovato nella difesa della “vecchia” Costituzione lo strumento per chiudere un percorso giudicato ad alto rischio per gli equilibri italiani e forse per il loro stesso, personale, destino».
Tantissimi italiani, dunque, non hanno creduto a quanto diceva il governo, cioè che, se vinceva il NO «sarebbe stato impossibile, per un decennio, rimettere mano alla questione giustizia». E la risposta è stata questa:
«l’idea di toccare la Costituzione con una prova di forza è infelice e destinata all’insuccesso, chiunque ci provi. Il testo fondativo della Repubblica nasce dal paziente lavoro di incontro e sintesi tra storie politiche diverse, addirittura contrapposte, e chi vuole cambiarlo deve sottoporsi alla stessa fatica».
Ecco, conclude Flavia Perina, « In fondo la vera buona notizia è proprio questa: persino nell’era del bipolarismo muscolare, il sentimento profondo del Paese rifiuta l’idea di un cambiamento fondato sulla lacerazione della Repubblica. Persino con un governo solidamente maggioritario, gli italiani respingono la prospettiva di una svolta imposta da una parte contro l’altra».